Intervista a Machiavelli

Ecco a voi il “principe” dei letterati italiani…

Molti eventi importanti hanno caratterizzato la sua vita, può parlarci dei
momenti salienti?

“Sono nato a Firenze nel 1469, la mia famiglia mi ha sempre sostenuto negli studi seppur
appartenente al medio ceto sociale. Sin da piccolo ho avuto una passione sconfinata per i
classici latini che hanno fondato le basi della mia conoscenza.
Ho avviato la mia carriera politica nel 1498 quando sono stato nominato capo della seconda
Cancelleria della Repubblica di Firenze, un lavoro umile che mi ha però permesso di
conoscere a fondo la materia politica estera, avendo intrapreso diverse missioni politiche. Mi
recai più volte in Francia alla corte di Luigi XII e rimasi davvero colpito dalla salda struttura
del suo stato, ma anche in Germania presso l’imperatore Massimiliano. Una delle più
importanti fu quella presso Cesare Borgia, che si impadronì del ducato di Urbino; mi
meravigliai per la sua figura di audace e spregiudicato politico. Il mio impegno nei confronti
dello stato fiorentino è sempre stato finalizzato a rimuovere i mercenari poiché la situazione
in cui versava l’Italia richiedeva prudentia et armi. Quando nel 1512 furono espulsi i
Francesi, a Firenze rientrarono i Medici e fu in quel momento che la via vita politica si
interruppe e mi ritirai in esilio nella villa dell’Albergaccio per un anno. Proprio in questo
periodo composi le mie più grandi opere.”
“Il Principe”, la sua opera più famosa, ha influenzato la scrittura
italiana per secoli a venire. Può spiegarci di cosa parla il trattato e
cosa lo ha ispirato?

“Inizio dicendo che il motivo principale per il quale ho scritto “il Principe” è
proprio il fatto che a mio parere è sempre mancata una guida che riuscisse ad
unificare fortemente l’Italia, sia dal punto di vista politico che da quello
economico. Essendo in esilio in quel periodo, la mia scrittura scaturisce anche
dall’esigenza di avvicinarmi ai Medici.
Ad ispirarmi quindi è stata decisamente la situazione politica di Firenze: senza
alcun dubbio serviva un nuovo principe ed ho voluto dare una serie di
suggerimenti a questo su come comportarsi nei confronti del popolo, indicando
anche le caratteristiche che avrebbe dovuto avere.
Esporrò qui con grande piacere, in sintesi, il contenuto del mio trattato.
Uno dei problemi che avverto con maggiore urgenza è senza dubbio quello delle
milizie: mi risulta inconcepibile il fatto che gli uomini entrino a far parte dell’esercito
solo per soldi e per interesse personale. Un esercito per funzionare al meglio deve
essere composto da persone a cui interessa solo ed esclusivamente prestare
difesa e aiuto allo Stato, non da uomini mossi solo dal desiderio di guadagno.
Un altro capitolo a cui tengo particolarmente, all’interno del trattato, è quello
relativo alle qualità del principe: questo, secondo me, deve avere la capacità
che io definisco “ignavia” cioè saper prevenire e prevedere la sorte e la sua
evoluzione. Solo così potrà governare al meglio e riuscire a superare qualsiasi
situazione.”
Potrebbe parlarci della sua amicizia con Francesco Vettori e dello
scambio epistolare avvenuto tra il 1513-1515?

“Certamente. Io conobbi Francesco nel lontano 1507 quando partecipammo a una
missione in Tirolo. Da lì in poi ci ritrovammo tutti e due ad essere ambasciatori per
l’imperatore Massimiliano. Cinque anni dopo ci incontrammo nuovamente quando,
insieme al fratello, riuscimmo a persuadere e far fuggire la famiglia Soderini da
Firenze per far salire al potere la famiglia dei Medici. Successivamente, a causa
della mia prigionia, ci perdemmo di vista. Dopo essere stato scarcerato fui
costretto, a malincuore, ad allontanarmi dalla vita politica. Cercai in tutti i modi di
riavvicinarmi a quel mondo ma i miei tentativi furono vani, fino a quando non
ricevetti una lettera da Vettori nella quale mi raccontava la sua vita a Roma. Fui a
tal punto contento di ricevere una lettera da parte sua che mi dedicai subito alla
scrittura di una risposta. In essa inizialmente gli parlai più o meno della mia
giornata, di cosa facevo principalmente. Nelle ultime righe della lettera gli esposi il
mio desiderio di tornare in politica ed essere ospitato dalla famiglia dei Medici
cercando di spiegargli che la mia condanna era stata ingiusta e che per 37 anni non
avevo mai tradito la mia Firenze. Aspetti con ansia una sua risposta ma non arrivò
mai. All’inizio pensavo che si fosse arrabbiato con me in quanto le mie lettere
tardavano ad arrivare. Così gli scrissi altre lettere dove in modo scherzoso glielo
feci notare, ma anche a tutto questo non ci fu risposta. Dopo tanto tempo mi
rassegnai e capii che non avrebbe mai risposto. Non continuai più a scrivergli.”
Sappiamo che lei ha avuto un rapporto travagliato con la famiglia dei Medici.
Questo però ha portato alla creazione di una famosissima lettera dedicata a
Lorenzo. Quali sono le ragioni principali che l’hanno spinta a scriverla?
“Scrissi questa dedica nel 1513 a Lorenzo de Medici, nonché nipote di Lorenzo il Magnifico,
quando fui allontanato dalla Cancelleria di Firenze e mi recai nell’Albergaccio dove
trascorsi il tempo dedicandomi alla lettura e alla scrittura; utilizzai in parte il latino e in parte
il volgare, nella speranza di fare dono gradito.”
Crede che oggi il modello del nostro governo possa essere ancora
ispirato al modello da lei proposto nel “Principe”?

“No. I tempi sono certamente cambiati, ma ritengo che l’Italia del giorno d’oggi non
consenta al proprio “principe”, cioè il capo del governo o presidente del consiglio,
di esercitare propriamente il suo potere.
Specialmente nell’ultimo decennio il costante alternarsi di forze politiche in
contrasto, credo abbia fortemente limitato le capacità esecutive del “Principe”,
creando una condizione di incertezza e di scarsa fiducia nelle istituzioni stesse, in
maniera particolare nel periodo pandemico nel quale viviamo ormai da qualche
anno.”
Un tema a lei molto caro è quello, tipicamente rinascimentale, relativo alla
dialettica virtù/ fortuna e come la fortuna influenzi la politica e l’operato del
principe stesso. Esiste, secondo lei, una contrapposizione tra queste due
forze o procedono parallelamente?

“Credo che esista una profonda differenza tra il governo di uno Stato, che è una
sfera a sé, e il concetto di giustizia e moralità. Lo sguardo deve essere rivolto al
nostro passato storico. Siamo ormai molto, troppo lontani dal pensiero medievale

di storia come opera di Dio. L’uomo ha già in sé qualcosa di divino, perché riesce a
dominare gli eventi che non procedono secondo una logica, ma seguono l’azione
dell’individuo. Ma il singolo non può facilmente dominare la realtà perché è
contrastato dalla fortuna. Questa deve essere frenata con la più viva resistenza
perché non si parla di una provvidenza dantesca medievale, ma di un’ azione
efficace che ci porta sempre a lottare, con ogni mezzo.”
Lei nel “Principe” non nega che la moralità di un uomo, e nello specifico del
principe, sia una qualità lodabile, ma ci dice anche che un Principe deve
essere pronto ad infrangerla, non rispettando la parola data e i valori comuni.
Come possono le due cose coesistere?
“È vero, nel “Principe” non viene negata l’importanza di seguire principi eticamente corretti,
tuttavia ritengo che, nel mondo in cui viviamo, non ci sia spazio per principi retti e
moralmente giusti. Ce lo confermano i fatti: coloro che nella storia hanno governato meglio
non furono i giusti ma gli astuti, coloro che possedevano le qualità della volpe e del leone in
egual misura, e se per il bene del proprio paese e del proprio governo un Principe si
trovasse a dover infrangere le promesse fatte o le leggi stesse da lui imposte, così sia, che
la moralità non gli arrechi affanno. Certo è che nei confronti del popolo è meglio mascherare
certe attitudini, per evitare possibili rivolte il Principe deve essere in grado di giustificare al
meglio le proprie azioni e di ingannare gli stolti e gli ignoranti. La moralità d’acciaio che tanto
i miei predecessori lodavano non è cosa malvagia, ma è cosa che potremmo permetterci
davvero solo in un mondo perfetto, nel quale, purtroppo, non viviamo.”

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