IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE – #pernondimenticare
Il 27 gennaio è il “giorno della memoria”, una ricorrenza internazionale celebrata ogni anno per commemorare le vittime dell’olocausto, il genocidio di cui furono responsabili le autorità della Germania nazista e i loro alleati nei confronti di ebrei, rom, gruppi religiosi (come i testimoni di Geova), omosessuali, oppositori politici e disabili che tra il 1933 e il 1945 furono deportati in numerosi campi di sterminio come quello di Auschwitz in Polonia. Oggi le atrocità subite dal popolo ebraico durante la II Guerra Mondiale, vengono indicate con il termine “Shoah”.
Si è scelta tale data poiché si vuole ricordare quando, in tale giorno, nel 1945, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz e liberarono migliaia di persone deportate dai nazisti.
Uno dei tanti film su questo tema è “Il bambino con il pigiama a righe”, realizzato nel 2008, di genere drammatico, diretto dal regista Mark Hermen, tratto dall’omonimo romanzo del 2006 dello scrittore inglese John Boyne.
La pellicola narra la storia di Bruno, un bambino tedesco di otto anni dallo spirito avventuriero, che vive a Berlino durante la II guerra mondiale. Dopo essersi trasferito con la sua famiglia in una casa di campagna ad Auschwitz scopre che vicino alla sua nuova abitazione vi è quella che lui definisce una fattoria, ma in realtà è un campo di concentramento. Il padre di Bruno, Ralf, è infatti un ufficiale nazista che viene promosso a comandante e quindi è costretto a lasciare la capitale. Qui Bruno non ha amici e si annoia, così si avventura nei dintorni della casa e, spinto dalla curiosità, raggiunge i confini del campo dove conosce Shmuel, un bambino ebreo che vive lì dentro e con il quale nascerà una profonda amicizia.
Da quel giorno il bambino raggiungerà ogni pomeriggio il suo nuovo amico per giocare insieme e, nonostante siano separati da un filo spinato, il loro rapporto si consolida sempre di più tanto da fargli capire la difficile situazione in cui si trova Shmuel. Arriva purtroppo il giorno in cui Bruno deve nuovamente cambiare casa per problemi familiari e, consapevole di non poter più rivedere il suo compagno, gli chiede di procurargli un pigiama a righe, uguale al suo, per poter entrare nel campo dopo aver scavato un passaggio al di sotto della recinzione.
Il finale è drammatico: i due bambini, partiti alla ricerca del padre di Shmuel, verranno rastrellati all’interno del campo e sottoposti ad una apparente doccia in una camerata che, in realtà, è una camera a gas nella quale moriranno.
La visione spinge inevitabilmente a riflettere sulle atrocità che alcuni uomini sono stati in grado di compiere, come nel campo di sterminio di Auschwitz costruito dai nazisti nel 1940 e dove, in cinque anni, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, trovarono la morte più di un milione di persone a causa del duro lavoro, delle condizioni disumane in cui erano tenute, delle torture e delle camere a gas.
Vengono inoltre messe a confronto due realtà opposte: la crudeltà dell’olocausto e dei nazisti (colpevoli della morte di circa undici milioni di persone) e l’ingenuità, l’innocenza e l’amicizia tra due bambini appartenenti a due mondi diametralmente opposti. Bruno fa parte della “razza ariana”, ritenuta superiore mentre Shmuel è di religione ebraica ed è quindi destinato allo sterminio.
L’atrocità e la malvagità che ruotano attorno a queste due piccole vite vengono particolarmente evidenziate da una scena in cui viene rappresentato un filmato di falsa propaganda, all’interno del quale viene fatto credere al popolo che i campi di concentramento fossero dei luoghi sicuri, felici e pieni di opportunità di svago.
Questo capolavoro fa della verità storica uno dei suoi punti di forza: il lettore è totalmente assorbito in una realtà così diversa e atroce per tutta la durata della pellicola.
Straordinaria è anche la capacità recitativa degli attori; tra tutti Bruno, interpretato da Asa Butterflied, che riesce a commuovere e allo stesso tempo fa riflettere il pubblico. Ottima la sceneggiatura e brillante la regia.
Vista la particolare delicatezza dell’argomento affrontato il pubblico, soprattutto giovanile, avrebbe forse preferito un finale spensierato, soprattutto per la giovane età dei protagonisti, ma, come purtroppo accade spesso nella realtà, non tutte le storie sono fatte per avere un lieto fine. Proprio da questo le emozioni, provate lungo tutta la durata del film, vengono amplificate prepotentemente.
“Il bambino con il pigiama a righe” è un capolavoro che va visto almeno una volta nella vita affinché non vengano dimenticate le violenze subite da ebrei, zingari, comunisti, omosessuali e disabili e, soprattutto, affinché simili atrocità non vengano mai più commesse.
Voto: 9.5/10
Moroni Emanuela, Rosace Francesco, Maria Letizia Filippi



