Il sogno del re.
Anche i re sognano…
In una mite sera di mezz’estate, un re di un paese immenso e generalmente molto freddo, dopo aver
goduto di un copioso pasto di carni pregiate e liquori dal soporifero effetto, si coricò molto prima
del solito. Il sonno del sovrano fu agitato quella notte, come talvolta accade per chi mangia
esageratamente; troppo di rado gli incubi attanagliano coloro che si rimpinzano oltre ogni limite,
ma fortunatamente quella notte i brutti sogni assursero alla loro carica di deterrenti naturali contro
le esagerazioni.
Dapprima si profilò nei sogni del sovrano l’idilliaco quadretto di una campagna assolata e costellata
da sparse collinette dai dolci pendii, giù per le quali ruzzolavano bambini intenti a giocare e
divertirsi come forsennati. Le loro voci echeggiavano distanti nella mente del re, il quale, pervaso
dalla sensazione di positività che quella condizione gli trasmetteva, rideva a crepapelle sotto alle
lenzuola di lino del suo letto a baldacchino su cui giaceva dormiente. Il paesaggio bucolico mutò
improvvisamente in un paesaggio urbano, la cui proporzione ottimale tra strade e edifici poteva solo
appartenere alla dimensione onirica. Ivi bambini che giocavano a fare i funamboli sui marciapiedi
di mattoni e adulti spensierati che camminavano con il tramonto alle spalle brulicavano nella
cittadina sognata da sua maestà. Si intravedevano in lontananza grandi portici, sotto ai quali si
accingevano a gustare una ricca cena famiglie di contadini appena tornati dai campi e doloranti per
la fatica del lavoro, retaggio di una lunga giornata giunta ormai alla soglia dell’imbrunire. Suoni di
risate e gioviali espressioni di una comunità apparentemente priva di turbamenti permeavano i
sogni del sovrano. La pace e la tranquillità, tuttavia, non sono virtù da dare per scontate, neanche
nell’irrazionale mondo dei sogni.
Lo scenario onirico mutò ulteriormente, divenendo, non mi sovviene altro modo per dirlo,
ironicamente apocalittico. Tornato nell’immaginaria campagna, vide se stesso in dimensioni
gigantesche divorare, con la stessa voracità con cui divorava i suoi amati cosci di pollo, tutto ciò che
si parava dinanzi al suo sguardo: le belle collinette dai dolci pendii, gli alberi alti e robusti dei piccoli
agglomerati boschivi, risucchiava interi torrenti che serpeggiavano nella campagna e, nella fame,
aveva forse ingurgitato anche qualche bambino. Al sorgere di questo dubbio si destò di soprassalto,
controllò i suoi denti per verificare che non vi fossero residui umani e pensò tra sé e sé che forse
aveva mangiato troppo. Sebbene questa realtà fosse plausibile, non era ancora il momento perché il
re la ammettesse a se stesso. Si rimise allora a dormire e un altro incubo bussò alla porta dei suoi
sogni. La cittadina poc’anzi sognata era coinvolta in una guerra estremamente cruenta: cosci di
pollo enormi, pomodori a lunga gittata e melanzane grigliate cadevano ed esplodevano
distruggendo ogni angolo della città. Non c’erano più marciapiedi su cui i bambini potessero giocare
a fare i funamboli e, raccontano i più audaci bardi, in un angolo remoto di una via sognata giaceva
un coniglietto di pezza senza più proprietaria.
Non ci è dato sapere se da quella notte di sogni agitati in poi il sovrano goloso avesse diminuito i
suoi smodati consumi; d’altronde, nella mente di un re oberata da potere e fame, noi magri cantori
e popolani non possiamo intravedere nulla se non gli eccessi che da lui si trasmettono a noi.


