Recensione “Mille splendidi soli” di Khaled Hosseini
Immagina di viaggiare nello spazio e nel tempo: a 4372 kilometri da Roma, nella periferia di Herat, ritornando indietro nel 1959. In una kolba afghana, un casolare isolato in una radura, nasce un harami, una bastarda, Mariam, figlia di un ricco uomo d’affari e una sua cameriera, Nana. Mamma e figlia sono abbandonate a se stesse: la bambina è ancora convinta che il padre la porterà con lui e le altre sue mogli nella ricca villa di Herat, ma mai sarà davvero così. La madre sin da subito cerca di insegnarle che il suo unico peccato era quello di essere nata, uno sbaglio. Dal momento che si trova al mondo deve imparare i valori della sopportazione e dell’ubbidienza. Ogni qualvolta Mariam osa fare qualche apprezzamento sul padre, Nana le rivolge uno sguardo penoso ed esordisce: “Imparalo adesso e imparalo bene, figlia mia. Come l’ago della bussola segna il nord, così il dito accusatorio dell’uomo trova sempre una donna cui dare la colpa. Sempre. Ricordalo”. Sembra l’anticipazione della vita che poi Mariam vivrà. Un giorno decide di scappare, di trovare suo padre e si ritrova abbandonata, per tutta la notte , fuori il cancello della sua villa, disprezzata. Quando tornerà non troverà più Nana ad aspettarla: quella stessa notte, per il dolore, Nana si è tolta la vita. In quel momento viene finalmente presa in custodia dal padre, ma non nel modo in cui avrebbe desiderato: il padre e le sue mogli decidono di darla in sposa. Mariam ha 15 anni e si ritrova a tentare di dare un figlio ad un uomo di quarant’anni, Rashid. Tutti i tentativi si rivelano vani: per quanto si impegni i bambini, prematuri, finiscono sepolti nel giardino di casa. Proprio in questo momento, con l’avvenire della guerra, incontrano una ragazza, Laila, con una storia completamente opposta a quella di Mariam. Laila viene da una famiglia di genitori apprensivi, colti ed è sul punto di scappare e sposarsi con il ragazzo che ama, Tariq. Ha una vita già scritta. La ritrovano tra le rovine di un palazzo, subito dopo l’inizio dei bombardamenti, nel 1992 a Kabul. Laila diviene parte della loro famiglia, sposando Rashid, nella speranza di dargli un erede. Laila e Mariam si ritrovano ad essere vittime dello stesso uomo: all’inizio in competizione tra loro, ritroveranno un istinto di solidarietà femminile che le spingerà ad uscire dalla tossicità di quella casa. Ma naturalmente chi commette un crimine, soprattutto se una donna nel periodo dei talebani in Afghanistan, ne paga le conseguenze. Le loro vite si separano e Laila può finalmente trovare pace nel suo matrimonio con Tariq, che torna da lei, e ha la fortuna di ricevere la lettera che il padre di Mariam gli ha lasciato prima di morire, che però Mariam non leggerà mai.
Khaled Hosseini, nato in Afghanistan e trasferito negli Stati Uniti, cerca da sempre tramite i suoi libri di dar voce al Medio Oriente, che ha ormai una connotazione negativa successivamente all’accaduto dell’11 settembre 2001. Mille Splendidi Soli di Khaled Hosseini è stato pubblicato, infatti, nel 2007. Una particolarità della sua scrittura, sempre leggera (anche se non per i temi trattati) e scorrevole, è l’introduzione di termini in arabo anche nelle altre traduzioni. Notevole è la spiegazione della cultura gastronomica afghana: aush (piatto a base di pasta, legumi, carne e yogurt, passata di pomodoro, menta e coriandolo), chai (tè) e halwa (dolce arabo).
La sua descrizione dei luoghi, dei sapori e della vita afghana riesce ad accompagnare in una storia di donne schiave, non stereotipate o svenevoli. Finché si sente parlare di certi avvenimenti al telegiornale sembrano lontani e inverosimili, quasi un sentito dire non sperimentabile. Ma quando si ritrovano scritti su carta in un intreccio di vicissitudini e sentimenti reali, raccontati da chi può averli vissuti o ne è stato testimone, vivi la storia con nessun filtro, facendo uscire dall’anima una parte che credevi fosse nascosta.
È certamente anche una storia dolorosa, tragica e commovente che catapulta nella cruda realtà dall’invasione russa fino all’avvento dei talebani e delle loro imposizioni. L’ho scoperto all’età di dieci anni e da quel giorno la mia prospettiva della vita e della solidarietà femminile si è completamente risvoltata.
Alunna: Valentina Pichi
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