Discriminazione linguistica

 La discriminazione linguistica, anche chiamata glottofobia, è il fenomeno di discriminazione che una persona o un gruppo sociale può subire a causa della lingua con cui si esprime, per delle peculiarità linguistiche, per accenti regionali diversi, stranieri o tipici della lingua madre. 

E’ glottofobia anche il senso di superiorità della lingua nazionale nei confronti dei dialetti locali e nei confronti delle lingue straniere parlate dalle comunità presenti sul territorio nazionale. 

La discriminazione linguistica ha origini antiche, sono un esempio le “lingue antiche”, oggi nominate lingue morte, come il latino e il greco classico: certo il glottofobico dimentica che da queste sono nate l’italiano, il francese, lo spagnolo,  l’inglese e le altre lungue neolatine alla cui base ancora oggi resta il latino; il glottofobico dimentica che il verbo latino colo è alla base della parola «cultura», che è un verbo che ci racconta il passaggio dell’uomo dalla condizione nomade a quella sedentaria. Il verbo, infatti, significa «coltivare», «abitare», «venerare» e rappresenta l’evoluzione dell’umanità da popolo da nomade a sedentario, un popolo che ha imparato a coltivare la terra, a abitarla e a venerare le divinità del luogo. 

Senza fare un excursus cronologico troppo lungo,  testimonianze di discriminazioni linguistiche sono presenti nei paesi ex protettorati e  decolonizzati a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. In questi paesi la lingua ufficiale è il francese, lo spagnolo o l’inglese, che viene parlato con un’accento diverso rispetto alla lingua parlata nei paesi colonizzatori (o ex madrepatria): ad esempio, l’inglese parlato in Nigeria, India e Ghana è diverso dall’inglese parlato in Gran Bretagna poiché negli anni si è realizzata una fusione tra la lingua madre locale e la lingua ufficiale, che ha fatto perdere la purezza della prima e della seconda lingua creando una lingua maccheronica e nuova. In generale le persone che non parlano l’inglese standard britannico vengono discriminate sia nel loro paese d’origine sia nel paese della lingua ufficiale (Inghilterra): sono considerate ignoranti, accusate di non essere in grado di parlare una lingua a loro insegnata e di aver creato una variante linguistica diversa della lingua standard. Questo, ad esempio, accade in Nigeria, dove in alcuni stati l’inglese è stato semplificato e reso spendibile: è il caso del ‘West African Pidgin English’, un idioma derivante dalla mescolanza di lingue di popolazioni differenti residenti nello stesso luogo, ma venute a contatto a seguito di migrazioni, colonizzazioni, relazioni commerciali. 

Anche se poco evidenti, le discriminazioni linguistiche sono presenti nelle serie tv: nel momento in cui avvengono i doppiaggi delle persone di altre etnie, per enfatizzare uno steriotipo culturale e linguistico, si decide di far doppiare un personaggio nero in modo aggressivo o con un tono comico tramite l’utilizzo ripetitivo dei termini  fratello o sorella; se il personaggio è cinese si accentua la difficoltà linguistica della pronuncia della r sostituita dalla l

Come risposta a questo fenomeno negli Stati Uniti, in molte serie tv e serie animate per adulti, ad esempio i Simpson e i Griffin, le persone di altre etnie non sono più doppiate da persone bianche, ma da persone che rappresentano quell’etnia, così da limitare le discriminazioni.

Per restare a casa nostra, le discriminazioni linguistiche compaiono anche nelle serie italiane e interessano alcuni dialetti, soprattutto meridionali. 

In “Mare fuori” si parla il napoletano, e in “Strappare lungo i bordi” si parla il romano. Quest’ultima serie, del 2021, è stata criticata e accusata di essere “troppo romana” nella parlata dei suoi personaggi e così la critica l’ha accusata di essere incomprensibile ad un pubblico regionale diverso dal Lazio.

Purtroppo, la discriminazione linguistica avviene anche verso le persone con disfunzioni linguistiche, come per esempio la balbuzia, un disturbo del linguaggio caratterizzato dalla fluenza interrotta e da involontarie ripetizioni e prolungamenti di suoni, sillabe, parole o frasi, con frequenti pause o blocchi in cui la persona che balbetta non è in grado di esprimere in modo continuo, un pensiero o un concetto, nonostante lo abbia già formulato mentalmente. 

Le persone affette da balbuzia sono discriminate a causa degli stereotipi e dei pregiudizi a loro attribuiti, “disegnandoli” come persone nervose, timide, silenziose, impacciate, chiuse, tese, ansiose, paurose, evasive e introverse. Studi, invece, dimostrano che questo giudizio è dovuto alla tendenza della gente a considerare la balbuzia come una “corsa” da nervosismo, paura, incertezza, o travaglio interiore, ma in realtà la balbuzia non è causata da nervosismo, turbe emotive o incapacità cognitive e può essere controllata con esercizi logopedici.

Le conseguenze delle discriminazioni linguistiche sono direttamente proporzionali a ciò che viene subìto, perciò la tendenza delle vittime è quella di isolarsi sempre e sempre di più con l’intenzione di proteggersi da continui giudizi negativi, sentirsi sbagliati, vergognarsi del proprio dialetto, lingua o modo di parlare. Nel peggiore dei casi le vittime tendono a smettere, quasi completamente, di parlare oppure tendono a modificare il loro modo di parlare, usando un linguaggio più “elegante”, ipercorretto, ma comunque diverso dalla lingua naturale. 

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