L’ALBA ALL’IMBRUNIRE.

Nella vita si incontrano persone diverse: a casa, a scuola, per le vie della città, nella rete, in tanti luoghi diversi. Ogni incrocio un incontro.
L’incontro può cambiare l’immagine che si ha di se stessi, il modo di vedere il mondo, può aprire nuove prospettive, lasciare un segno. Oppure, a volte, può diventare uno scontro, violento quasi, improvviso, mai inutile. E può causare rottura o portare a una riconciliazione.
Le persone possono mancarsi, ignorarsi, amarsi od odiarsi, possono costruire o distruggere. Possono sparire e ritornare, cambiare o restare sempre uguali, entusiasmarsi o deludersi. Ogni vita è una storia di incontri e di scontri e come tale può essere raccontata. Anzi ogni vita è fatta di tante storie.

Nitido è il mio ricordo di quel mese di novembre, riesco ancora a sentire sulla mia pelle l’alternarsi del suo
vento tagliente con il timido tepore del sole pallido, che di tanto in tanto faceva capolino tra una nuvola e
l’altra. Ricordo le strade inumidite dalla pioggia improvvisa e lo sferragliare delle auto sull’asfalto lucido. Le
foglie degli alberi avevano appena iniziato la loro transizione cromatica, che le avrebbe portate di lì a poco a
tingersi di giallo, rosso, arancio e marrone, cambiando così i connotati della mia città. Quella particolare
stagione fu per me il principio di un cambiamento radicale, nato da un dispiegarsi curioso ed irrazionale dei
fatti e della realtà.
A causa delle insistenti richieste di mia madre, fui costretto ad iscrivermi ad un corso di recitazione. Inutile fu
il mio tentativo di opporre resistenza, vista la diffidenza di mia madre dal cambiare idea. Questo fu il
principio della mia carriera d’attore, rivelatasi in futuro triste e fallimentare, ma tuttavia destinata a farmi
conoscere il mio migliore amico.
Le prime lezioni di teatro furono ordinariamente deludenti. I miei compagni sembravano rincorrere uno
stato d’animo costantemente tormentato, come se tale atteggiamento fosse l’unica testimonianza della loro
sensibilità artistica. Si limitavano a vagare assorti nel loro ego cercando di far coincidere il loro stato d’animo
reale con quello che volevano mostrare, ed interagivano con gli altri solo quando la situazione lo richiedeva,
e mai per il solo gusto di farlo. Solo Bernardo Padovani si distingueva da quel gruppo di ragazzi tristi. Non vi
nego che la prima volta che vidi Bernardo rimasi esterrefatto. Entrò in scena nella scuola di teatro e nella mia
vita su una sedia a rotelle, spinta dalla madre, una donna che mostrava i segni dell’invecchiamento molto di
più di qualunque altra donna della sua età. “Buonasera, esimi colleghi. Vi prego di scusarmi per i miei soliti,
accademici minuti di ritardo. Sapete che mi piace prendermela con comodo, è per questo che sto sempre
seduto!”. Così si presentò quella sera, lasciandomi totalmente interdetto. Non capita tutti i giorni, infatti, di
conoscere una persona dotata di una così arguta ironia. Mi sentii veramente molto stupido per qualche
istante, poiché paragonai spontaneamente la sua apparente indifferenza nei confronti della sua disabilità al
mio perpetuo lamento dinanzi allo specchio. In quel delirio di finzione, Bernardo era l’unico che si mostrava
veramente per quello che era; nella sua vita non si era mai preoccupato di ciò che gli altri pensassero di lui,
perché sapeva che in realtà le persone di lui non pensavano proprio niente, al massimo lo guardavano e si
immedesimavano nella sua condizione per qualche istante, per poi scendere immediatamente, inorriditi,
dall’immaginaria sedia a rotelle.
Passò velocemente l’autunno, le variopinte foglie degli alberi cominciarono a cadere lasciandoli spogli e nudi.
Tutto cominciava a tingersi di grigio, e anche il mio umore perdeva pian piano colore. Stavo entrando nel
vivo dell’attività scolastica, lo studio si faceva più intenso, i miei insegnanti più esigenti e i miei genitori
insieme a loro. Un lato positivo in questa situazione poco auspicabile, tuttavia, c’era. Stavo iniziando ad
apprezzare la scuola di teatro, ma non perché fosse sopraggiunta un’inaspettata passione, ma perché assistere
ad una lezione di recitazione con Bernardo Padovani era un’esperienza a dir poco esilarante. A causa della
sua limitata condizione fisica assisteva agli esercizi senza prendervi parte e commentava tutto quello che
vedeva con pungente sarcasmo. Io, ancora mi chiedo per quale motivo, ero come esentato dalle sue invettive,
mentre tutti gli altri invece godevano pienamente di questo riguardo da parte sua.
Durante una delle molte sere passate in quel penitenziario -così lo chiamavo- io e Bernardo ci trovammo per
la prima volta a parlare l’uno con l’altro, mentre gli tenevo compagnia in attesa di sua madre. Tale attesa

durò forse meno di dieci minuti, i quali scivolarono via senza che io e lui ci accorgessimo del loro trascorrere.
Parlammo di molte cose e scoprimmo di non essere poi tanto diversi.
Quando si è immersi in un discorso con una persona, ci si dimentica di chi essa sia e crollano come castelli di
carta tutte le apparenti differenze. In quel momento le mie idee e le sue si confrontavano in piedi le une di
fronte alle altre, anche se i nostri corpi non potevano fare lo stesso.
Quando giunse sua madre, affermò di averci sentito discutere e, contenta che il figlio avesse trovato qualcuno
con cui parlare, colse al volo l’occasione per invitarmi a prendere un tè a casa loro, quel sabato pomeriggio
alle diciassette in punto.
Sarei un ipocrita se vi dicessi che accettai quell’invito senza remore. La verità è che lo accettai per non
sembrare scortese.
Mi incamminai verso casa, trovando così il tempo di riflettere su quanto accaduto. Nell’immaturità dei miei
quattordici anni non pensai a niente se non al modo in cui avrei potuto evitare quella situazione di
imbarazzo a cui dovevo sottopormi sabato alle diciassette in punto. Tornai a casa e, appena sotto alle
coperte, decisi che mi sarei dato malato.
Divorato dai sensi di colpa durante la settimana, quel sabato mi presentai alla porta della loro casa, con ben
cinque minuti di anticipo. Giunto al cospetto di quella deliziosa villetta a schiera di proprietà della famiglia
Padovani, suonai al campanello e venne ad aprirmi il padre di Bernardo, un corpulento signore dai capelli
color panna e dal sorriso luminoso e rassicurante, ombrato da due portentosi baffi grigi. “Carissimo, ti
stavamo aspettando. Prego, accomodati”, disse cordialmente, togliendomi il cappotto e con un ampio e
pomposo gesto della mano mi indicò la via della sala, che si trovava alla sinistra del lungo corridoio
dell’entrata. Seduti su comode poltrone, Bernardo, sua madre e un’arzilla vecchietta, che scoprii essere sua
nonna, mi stavano aspettando. Riuscii a scorgere nei loro volti una certa tensione, che io ricollegai a quella
che avevano i miei compagni di teatro prima di entrare in scena. Era la tipica espressione dell’attore
inesperto, che si è preparato a lungo per risultare credibile agli occhi altrui. Capii che la mia visita in quella
casa doveva essere un vero e proprio evento.
Dopo una piacevole chiacchierata con Bernardo e la sua famiglia, io e lui ci ritirammo nella sua stanza o,
come lui la chiamava, nel bunker. La sua camera era terribilmente simile alla mia, l’unica differenza era che
la mia si trovava sulla cima di una ripida rampa di scale, la sua invece era al piano terra.
Giocammo per qualche ora ai videogiochi e discutemmo circa i libri di Kafka, di cui io ero un profondo
ammiratore e Bernardo, invece, un accanito detrattore. “Solo perché sono disabile pensi che mi piaccia
Kafka? Pensi che io mi senta come Gregor ne La Metamorfosi?” Così più o meno andò quel discorso.
Alle otto circa decisi che era ora di tornare. Mentre camminavo mi sentii pervaso da una strana sensazione:
volevo ripetere quel pomeriggio, ma non facevo altro che pensare a come fosse strano avere un amico come
lui e a quello che gli altri potevano pensare di me. Fortunatamente, decisi di invitare Bernardo da me il
sabato successivo e lui fece lo stesso il sabato dopo ancora.
Passavano gli anni, cambiavano le nostre voci e le nostre abitudini e, crescendo, la nostra amicizia crebbe
assieme a noi. Frequentare Bernardo mi aveva reso una persona profondamente diversa. Io, egoista e
contestatore di natura, avevo scoperto l’empatia. Venne meno la mia esigenza di trovare una falla in tutti i
discorsi che sentivo e, prima di criticare gli altri, cercavo di comprenderne la natura dei comportamenti.
Credo che la mia naturale propensione alla critica fosse figlia delle deformazioni della società in cui vivevo.
Durante l’era dei social, così chiamavamo i siti proibiti nel 2033, vivevamo il nostro prossimo senza
considerare le sue emozioni, il suo passato o le ragioni dei suoi comportamenti, percependone, di contro, solo
il potenziale giudizio negativo che poteva esprimere nei nostri confronti e questo era dovuto al fatto che tutti
si sentivano perennemente osservati da tutti. Eravamo costantemente interconnessi, eppure, allo stesso
tempo, terribilmente divisi.

Tutti credevano che frequentassi Bernardo per pietà e io stesso lo credetti per qualche tempo; poi però
compresi l’autenticità della nostra amicizia. Un giorno ebbi una gran bella notizia dall’università e lui fu la
prima persona a cui pensai di raccontarlo. Fu da questo piccolo episodio che capii quanto gli volessi bene.
Nessuno si confiderebbe mai con una persona che compatisce e basta, è insito nella compassione stessa infatti
il ritenere inferiore a noi colui che compatiamo e nulla si discosta più di questo dall’ideale di amicizia.
Bernardo aveva iniziato a studiare legge, mentre io mi ero iscritto alla facoltà di economia. Con il passare del
tempo divenne sempre più difficile frequentarsi. Avevamo vent’anni e nessuno di noi due aveva più
intenzione di passare il proprio tempo libero chiuso in una stanza a giocare ai videogiochi. Cercammo, per
quanto possibile, di far convivere le nostre necessità, ma questo tentativo vano ci rendeva frustrati. Uscire la
sera con Bernardo significava spingere la sua carrozzina, tagliargli la carne a cena e versargli l’acqua, tutto
questo mentre eravamo costretti a vedere i nostri coetanei fare follie, le stesse follie che capii di voler fare
assolutamente anche io. Mi sentivo confinato entro dei limiti che non mi appartenevano, così decisi di
lasciare appassire lentamente la nostra ossessiva frequentazione.
Iniziai ad ignorare le sue chiamate e cominciai ad uscire con i miei compagni dell’università. Ero cambiato e
la mia forzata indifferenza iniziale nei confronti di Bernardo cedette alla rabbia, figlia di molti altri
risentimenti. Così litigammo aspramente e ci sentimmo entrambi tremendamente offesi, l’uno dall’egoismo
dell’altro.
Per molti mesi non ci parlammo, finché un giorno, all’improvviso, ricevetti una telefonata da sua madre. La
signora Padovani mi spiegò che stava organizzando una festa a sorpresa in occasione del compleanno di
Bernardo e mi invitò. Così, in una fredda e umida notte di dicembre, mi recai in quella deliziosa villetta
munito di un dono di pace. Dono, che insieme a qualche calice di buon vino, contribuì a ristabilire l’empatia
tra me e Bernardo.
Ricordo quella serata con estremo piacere: il caminetto scoppiettante e il suo tepore, la luce calda e
accogliente del salotto di casa che si contrapponeva al grigiore dell’esterno. Ricordo le espressioni spensierate
di un’amicizia ritrovata. Quel litigio, in fin dei conti, aveva fatto bene alla nostra amicizia.
In quel periodo ci sentivamo molto spesso al telefono, anche senza vederci, poiché stavo perfezionando la
mia formazione universitaria in Olanda, dove sarei rimasto per circa un anno. In quelle nostre lunghe
telefonate ci ripromettevano continuamente che nell’imminente futuro avremmo fatto un lungo viaggio.

Ma ben presto la vita mi insegnò quanto sia sacrilego dare per scontato il futuro.

La sera del suo compleanno fu l’ultima in cui vidi Bernardo. A distanza di pochi mesi dal nostro ultimo
incontro si ammalò e, nonostante mi fossi ripromesso di andare a trovarlo a tutti i costi, non feci in tempo.
Aveva contratto una brutta influenza virale e le sue deboli difese immunitarie non avevano avuto i mezzi per
combatterla adeguatamente. Morì così, a ventuno anni, il mio migliore amico.

Decisi allora di andare a portare i miei rispetti personalmente a casa della sua famiglia dopo il funerale.
Suonai al campanello e, come la prima volta, venne ad aprirmi il signor Padovani. I suoi capelli non c’erano
più, i baffi si erano completamente tinti di bianco, non venni accolto da nessun sorriso e nessun gesto
pomposo della mano mi indicò la via del salotto, che già conoscevo bene. La sala non emanava la stessa luce
e sembrava confondersi con il grigiore là fuori. Non c’era nessuna faccia tesa ad attendermi trepidante sulle
poltrone, solo una madre triste che mi abbracciò a lungo, sussurrandomi all’orecchio un tremante “grazie per
essere venuto”. Terminato il lungo abbraccio, decisi di andare in camera di Bernardo.

Entrai nella stanza, che non era mai cambiata nel corso degli anni e subito mi cadde l’occhio sulla scrivania,
su cui era adagiata una lettera con il mio nome scritto sopra. La aprii e vi trovai scritta questa poesia:

“Per Emanuele

Possa tu, delfino, continuare a nuotare,
Sulle note del canto di mille uccelli,
Solcando leggero le onde del mare,
Con la dolce brezza ad accarezzarti i capelli.
Sorvola la tristezza irrazionale che ti deprime,
dà tregua al tuo pianto, ma non potare
le più aride punte delle tue fragili spine.
Non dimenticare che, come suonano note amare
in ogni lieto fine,
allo stesso modo si cela un’alba,
Anche nel più cupo imbrunire.

Con affetto, Bernardo.”

Conservo questa lettera nel mio portafoglio ormai da anni e ogni volta che la leggo ho un ricordo diverso di
lui che affiora nella mia mente. Credo di dovere molto a Bernardo. In un periodo così cupo della storia,
come quello degli anni ’20 del XXI secolo, in cui il mondo aveva perso ogni orientamento, esaltando
spasmodicamente l’importanza della forma a discapito del contenuto e in cui noi giovani eravamo persi nel
nichilismo dell’apparenza, imparai a dare più valore ai pensieri delle persone piuttosto che all’immagine
attraverso la quale cercavano di esprimerli. Conobbi l’amore di una madre che non si preoccupava di
ingannare il tempo rimuovendo le tracce che questo le lasciava sulla pelle, solo per poter mentire sulla sua età
e, di contro, pensava solamente a dare tutto quello che poteva al figlio. Conobbi il valore dall’amicizia,
divenuto a quei tempi talmente scontato che nessuno ormai vi credeva più. Ma non ho capito solo questo.
Grazie alla sua ironia ho scoperto che la gravità di un problema non è insita nel problema stesso, ma dipende
dalla prospettiva da cui siamo in grado di affrontarlo. Si può essere tristi ridendo, come in fin dei conti faceva
Bernardo. Se l’universo ha deciso che siamo destinati alla sofferenza, allo stesso tempo ci ha concesso infiniti
espedienti con cui ingannarla ed opacizzarla sino a renderla trasparente. Così, come possiamo cogliere le
note d’amarezza celate in un lieto fine, possiamo intravedere le luci dell’alba nel più cupo imbrunire.

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