INTERVISTA A PIER PAOLO PASOLINI
A 100 anni dalla nascita di Pasolini siamo lieti di incontrarlo in un’intervista immaginaria davvero rievocativa…
Nella rigida e soleggiata mattinata del 15 gennaio la città di Roma è stata scossa da un evento del
tutto inaspettato: il giornalista, regista e scrittore Pier Paolo Pasolini, che tutti credevano morto
nell’anno 1975, è stato avvistato presso il Cimitero Acattolico di Testaccio, vivo. Inizialmente le voci
su questo evento erano state ridotte dal Comune di Roma e dal Governo al rango di suggestioni, ma
i filmati delle telecamere hanno effettivamente confermato la presenza, viva più che mai, di Pasolini
a Roma. La notizia ha scatenato la psicosi generale della città, e soprattutto dei giornalisti, che in
tutti i modi hanno cercato di ottenere la possibilità di intervistare lo scrittore. Non è stato semplice
convincere l’autore, contestatore del sistema della comunicazione di massa, a sostenere
un’intervista, ma Gianfranco Ciavardelli, fondatore del celeberrimo salotto web “Passato supera
Presente”, è riuscito nell’ardua impresa. Ascoltiamo ora, dunque, l’intervista rilasciata dallo
scrittore.
Buonasera a tutti da Gianfranco Ciavardelli. Abbiamo oggi qui, con noi, nel nostro salotto, una
delle figure più eminenti del XX secolo italiano: lo scrittore, giornalista, nonché regista illustre e
sublime Pier Paolo Pasolini. Tutti noi lo credevamo deceduto nel 1975, ma la vita, e a quanto pare
anche la morte, è una continua sorpresa. Professor Pasolini, ci dica di più riguardo alla sua
inaspettata “resurrezione”.
Buonasera, Gianfranco. Innanzitutto ci tengo a precisare che non mi reputo né un giornalista, né un
regista, preferisco piuttosto definirmi semplicemente uno scrittore. In secondo luogo, per rispondere
a quanto mi hai chiesto, è necessario che tu sappia che gli scrittori non muoiono mai, anzi, dopo la
loro morte rimangono più vivi dei viventi stessi. Ho deciso di svegliarmi dal mio apparente sonno
perché non riuscivo più a sopportare la decadenza di questa società. Credevo che non potesse
esistere al mondo nulla di peggio del consumismo e dell’omologazione televisiva degli anni ’60 e ’70,
ma evidentemente mi sbagliavo: al peggio non c’è mai fine. Ho cercato di trattenere me stesso dal
tornare in vita per quasi vent’anni, precisamente da quando è stata inventata quella diavoleria che
voi chiamate “Facebook”. La mia resistenza è crollata definitivamente con l’avvento di questa
pandemia, che rappresenta l’apoteosi della dittatura del consumismo.
Professor Pasolini, lei ha già introdotto alcune idee estremamente interessanti, ma procediamo per
gradi. Ci racconti della sua vita e dei suoi studi, soffermandosi sul rapporto che lei aveva con i suoi
genitori e sulla genesi delle sue opinioni circa la società.
Sono nato esattamente cento anni fa, nel 1922. Mio padre era un ufficiale di carriera e mia madre
una maestra elementare originaria del Friuli, una terra a cui mi sono sempre sentito molto legato.
Mio fratello Guido ed io ci facevamo forza a vicenda, dovendo affrontare le frequenti liti dei nostri
genitori causate da mio padre, la cui indole istintiva e passionale talvolta sfociava nella violenza e
per questo motivo mi sono sempre sentito più legato a mia madre che a lui. L’amore che provavo
nei confronti di mia madre forse era così forte che mi ha reso incapace di provare un amore simile
nei confronti di un’altra persona e il mio desiderio di relazione con l’altro si è ridotto una sorta di
“fame”. In ogni caso la mia infanzia si può considerare felice: ero adorato da mio fratello e posto al
centro di tutte le premure dai miei genitori, che hanno sempre apprezzato la mia precoce vocazione
poetica. A causa della carriera di mio padre viaggiammo moltissimo e ci trasferimmo di città in
città. L’unico ambiente costante era il paese d’origine di mia madre, Casarsa, in cui trascorrevo le
vacanze estive e in cui ho vissuto ed insegnato per qualche tempo dopo essermi laureato in lettere
nel 1945.
Scrissi nel 1942 una raccolta di poesie in friulano, Poesie a Casarsa e grazie alle opinioni favorevoli
del critico Gianfranco Contini mi fu promesso da lui un articolo sulla rivista “Primato”, che però
tardò ad essere pubblicato a causa delle limitazioni del Regime Fascista, detrattore della poesia
dialettale. Questa esperienza di censura determinò in me una netta coscienza antifascista.
Gli anni della guerra furono molto duri e fortunatamente riuscii a fuggire a Casarsa dopo che il mio
reparto fu fatto prigioniero dai tedeschi nel 1943. Nel febbraio del 1945 mio fratello Guido venne
ucciso dai partigiani comunisti, ciononostante mi iscrissi al PCI nel 1947 prendendovi parte
attivamente. Nel primo dopoguerra mi dedicai con passione all’insegnamento, in virtù della mia
grande vocazione pedagogica che non ho mai perso negli anni, ma a seguito di uno scandalo su cui
preferisco non esprimermi venni espulso dal Partito e mi trasferii a Roma con mia madre nel 1950.
Gli anni ’50 furono il periodo più creativo della mia vita. Dopo le difficoltà iniziali nell’adattarmi
alla nuova realtà romana riuscii a trovare la mia dimensione, e mi innamorai profondamente del
complesso tessuto sociale delle borgate romane, che penetrai grazie all’aiuto di una persona che fu
per me fondamentale: Ninetto Davoli. Mi interessai moltissimo alla vita difficile condotta dal
sottoproletariato e questo fece di me un comunista atipico, meno interessato al proletariato a cui si
rivolgeva il PCI e più vicino al popolo che non aveva ancora maturato in sé una coscienza di classe.
Produssi il romanzo Ragazzi di vita a seguito dell’esplorazione delle borgate romane e lavorai alla
sceneggiatura di diversi film che mi auguro siano tuttora conosciuti, anche se non ne sono coì
sicuro. Parlo ovviamente delle Notti di Cabiria e La dolce vita.
A seguito del boom economico degli anni ’60 iniziai a sentirmi sempre più estraneo alla nuova
società che si affermava, fagocitata dal consumismo e dall’omologazione di massa e cercai altrove
una nuova dimensione. Viaggiai in India con i miei amici Alberto Moravia ed Elsa Morante e poi in
Africa, ma non trovai ciò che speravo di trovare: un mondo che non avesse ancora commesso gli
errori dell’occidente.
Negli anni ’70 mi dedicai maggiormente alla “mutazione antropologica dell’uomo” che aveva
raggiunto, o almeno pensavo, l’apice della degenerazione dovuta alla società dei consumi che ha
portato le persone alla totale perdita dei valori etici, intellettuali e individuali. Nel 1975 venne
assassinato il mio corpo, ma non ho mai capito da chi o perché.
Professor Pasolini, lei ha fatto riferimento ad una forte vocazione pedagogica. Potrebbe spiegare più
nel dettaglio tale vocazione?
Nel 1975, qualche mese dopo quella che voi convenzionalmente chiamate morte, venne pubblicata
una raccolta di articoli che io scrissi per il Corriere della Sera, con il nome di Scritti Corsari. In ogni
articolo ho sempre criticato e contestato la società a me contemporanea, resa schiava dal
consumismo che si espandeva e cominciava a manifestarsi anche nei rapporti interpersonali. Mi
illusi, coscientemente, che scrivendo nel giornale borghese per eccellenza avrei potuto in qualche
modo far cambiare opinione al popolo e di conseguenza modificare la realtà. Diciamo che ho
sempre fatto l’insegnante nella vita, prima su una cattedra di legno davanti a dei giovani,
successivamente su un giornale davanti a milioni di italiani.
In che senso il consumismo ha iniziato a manifestarsi anche nei rapporti interpersonali?
Nel ’74, se non erro, venne indetto un referendum per abrogare la legge istitutiva del divorzio. Io
previdi la vittoria dei “no”, quindi dei divorzisti. Questa legge non è espressione di una società laica,
progredita e aperta dinanzi al cambiamento, bensì è specchio di una società che a causa del
consumismo ha maturato in sé una mentalità individualistica ed edonistica, che rende ogni
individuo incapace di essere qualcosa di più di un consumatore. Allo stesso modo, in quegli anni,
criticavo aspramente l’aborto per una ragione molto simile a quella per cui contestavo il divorzio,
tuttavia ritenendo l’aborto ben più grave. La mutazione antropologica dell’uomo e la nuova libertà
sessuale, vissuta anch’essa in chiave consumistica, ha trasformato i rapporti interpersonali in
rapporti “usa e getta” e, nel caso incomba una gravidanza, legalizziamo l’omicidio, per continuare a
tutelare i nostri spasmodici consumi, a cui non riusciamo a rinunciare.


