Carta di identità(Caligola)
Nome originale: Gaius Iulius Caesar Augustus Germanicus
Nascita: Anzio 31 agosto 12
Morte: Roma 24 gennaio 41
Dinastia: Giulio-claudia
Coniuge: Giunia Claudia (33-37), Livia Orestilla (37-38) Lollia Paolina (38-39), Milonia Cesonia
(39-41)
Figli: Giulia Drusilla
Padre: Gaio Giulio Cesare Claudiano Germanico
Madre: Agrippina maggiore
Regno: 37-41 d.C.
Descrizione fisica
Caligola aveva la statura alta, il colore livido, il corpo mal proporzionato, il collo e le gambe
estremamente gracili, gli occhi infossati e le tempie scavate, la fronte larga e torva, i capelli radi e
mancanti alla sommità della testa, il resto del corpo villoso. Per queste ragioni, quando passava,
era un delitto, punibile con la morte, guardarlo da lontano o dall’alto o semplicemente
pronunciare, per un motivo qualsiasi, la parola capre. Quanto al volto, per natura orribile e
ripugnante, si sforzava di renderlo ancora più brutto studiando davanti allo specchio tutti gli
atteggiamenti della fisionomia capaci di ispirare terrore e paura.
(Svetonio, IV, 50)
La sua crudeltà fu evidenziata in molte occasioni dalle fonti che ci sono giunte:
Non permetteva che lo si credesse e lo si dicesse nipote di Agrippa a causa dell’umiltà delle sue
origini e si arrabbiava se qualcuno nelle opere in prosa o in versi lo citava tra gli antenati dei
Cesari. Proclamava invece che sua madre era nata da un incesto di Augusto con sua figlia Giulia.
Non contento di infangare in questo modo la memoria di Augusto, con il pretesto che le vittorie di
Azio e di Sicilia erano state disastrose e funeste per il popolo romano, vietò di celebrarle con le
feste tradizionali. Quanto a Livia Augusta, sua bisavola, la chiamava spesso ‘un Ulisse in gonnella’
e osò perfino rimproverarle, in una lettera al Senato, la bassezza delle sue origini, sostenendo che
aveva avuto per nonno materno un decurione di Fondi, quantunque sia accertato da documenti
ufficiali che Aufidio Lurcone abbia esercitato magistrature a Roma. Quando sua nonna Antonia gli
chiese un’udienza privata, non volle riceverla che in presenza del prefetto Macrone, e fu proprio
per affronti e insulti di questo genere che egli provocò la sua morte; alcuni poi ritengono che
l’abbia affrettata con il veleno. Quando morì non le accordò nessun onore e, standosene a tavola,
contemplò da lontano le fiamme del suo rogo. Suo cugino Tiberio fu ucciso all’improvviso da un
tribuno militare, che gli aveva inviato tutto ad un tratto. Obbligò ad uccidersi anche suo suocero
Silano, tagliandosi la gola con un rasoio: gli rimproverava di non averlo accompagnato un giorno
che si imbarcava quando il mare era in tempesta e di essere rimasto a Roma nella speranza di
diventarne padrone. A Tiberio non perdonò di aver scoperto dal suo alito che aveva ingerito un
antidoto come se volesse premunirsi contro i suoi veleni. In realtà Silano aveva voluto evitare il
mal di mare e le fatiche della navigazione e Tiberio aveva preso una medicina per curarsi una tosse
ostinata che si aggravava. Quanto allo zio paterno Claudio se ne ricordava solo per farsene beffe.
(Svetonio, IV, 23)
Cursus honorum: 37/39/40/41 d.C. venne eletto console
37 d.C. divenne pontefice massimo
Ottenne anche la nomina di “pater patriae”
Riforme:
Riforme amministrative
1) concedette l’amnistia a condannati ed esiliati da Tiberio e a tutti coloro che erano imputati
in un processo
2) Esentò l’Italia dall’imposta del duecentesimo sulle vendite all’incanto
3) risarcì molte persone danneggiate dagli incendi
4) organizzò banchetti pubblici e prolungò la festività dei Saturnalia di un giorno
5) Dilapidò però in breve l’enorme fondo accumulato dal predecessore Tiberio tramite anche
elargizioni al popolo, all’esercito provinciale, ai pretoriani e ai sovrani dei regni vassalli.
Terminati i fondi statali iniziò ad accumulare denaro con truffe e imbrogli
Alla fine, esausto e senza risorse, si diede alle rapine, inventando le forme più diverse e più
ingegnose, di vendite all’asta e di imposte.
(Svetonio, IV, 38)
Opere architettoniche
Portò a termine alcune opere pubbliche come il Tempio di Augusto e il teatro di Pompeo. Iniziò la
costruzione dell’acquedotto dell’Anio Novus e dell’acquedotto Claudio
Riforme religiose
Impose la deificazione in vita e non solo post mortem, introducendo riti orientali come la
genuflessione e il bacio del piede del principe
Fin qui abbiamo parlato del principe, ora non ci resta che parlare del mostro. Non contento
di aver preso moltissimi soprannomi (infatti lo si chiamava ‘pio’, ‘figlio
dell’accampamento’, ‘padre degli eserciti’ e ‘il migliore e il più grande dei Cesari’, quando
un giorno sentì alcuni re, venuti a Roma per rendergli omaggio, discutere a tavola, davanti
a lui, sulla nobiltà delle loro origini, gridò: “Ci sia un solo capo, un solo re” e poco mancò
che prendesse subito la corona e sostituisse con il reame la funzione del principato. (2) Dal
momento in cui gli fecero capire che egli si era posto al di sopra dei re e dei principi, si
arrogò la maestà degli dèi; dato l’incarico di andare a cercare in Grecia le statue più
venerate e più belle degli dei, tra le quali quella di Giove Olimpico, per sostituire la loro
testa con la sua, fece prolungare fino al foro un’ala del Palatino e, trasformato in vestibolo
il tempio di Castore e Polluce, se ne stava spesso in mezzo agli dei suoi fratelli e, mescolato
con loro, si offriva all’adorazione dei visitatori. Alcuni arrivarono a salutarlo con il nome di
Giove Laziale. (3) Egli dedicò anche, alla sua divinità, un tempio speciale, un collegio di
sacerdoti e vittime rarissime. In questo tempio si ergeva la sua statua d’oro, in grandezza
naturale, che ogni giorno veniva rivestita con l’abito uguale a quello che lui stesso
indossava. La dignità del sacerdozio veniva ottenuta di volta in volta, a forza di brogli e di
offerte sempre più elevate, dai cittadini più ricchi.
(Svetonio, IV, 22)

