Intervista a Dacia Maraini

CORPO FELICE

Storia di donne, rivoluzioni e un figlio che se ne va

Dacia Maraini, autrice di romanzi, racconti, opere teatrali, poesie, narrazioni autobiografiche e saggi.

Nonostante le tante difficoltà e limitazioni dell’ultimo periodo, i mezzi di comunicazione hanno ugualmente consentito che si realizzasse uno dei progetti più significativi portati avanti dal nostro istituto: l’incontro con l’autore.

Il giorno martedì 16 marzo si è tenuta la conferenza in modalità online con la scrittrice, poetessa, saggista, drammaturga e sceneggiatrice, Dacia Maraini.

L’incontro ha permesso ai ragazzi delle classi coinvolte di intervistare la scrittrice, prendendo come spunto di riflessione la lettura del suo libro Corpo felice, alla quale si sono dedicati nelle settimane precedenti.

L’opportunità unica ha dato modo agli studenti di porre domande a una figura di spicco nel panorama letterario italiano e di ascoltarne le riflessioni su temi sempre attuali, in merito alla figura della donna, alla società contemporanea e alla violenza e discriminazione di genere.

Di seguito riportiamo alcuni passaggi significativi del l’intervista realizzata dai ragazzi durante l’incontro.

Perduto

Quando racconta l’adolescenza di Perduto ci propone la descrizione di una società di giovani senza valori. Alcuni fatti di cronaca nera le danno purtroppo ragione. Pensa che ci sia la possibilità di salvezza da parte dei giovani? La cultura potrebbe essere uno strumento?

Secondo me, vi è una possibilità di salvezza da parte dei giovani: una passione. Coloro che hanno una passione possono salvarsi, ad esempio, con lo sport, la ginnastica, la musica, i viaggi, la lettura.  In questo modo riescono a non cedere alla tentazione di ricorrere ad atteggiamenti di violenza, brutalità e di superiorità nei confronti degli altri. Sicuramente saprete di quei ragazzi che si sono dati appuntamento su un social per andare in una piazza del proprio paese per fare a pugni senza una ragione, il che rappresenta una forma di indipendenza e autonomia “stupida”, se posso permettermi. Questi atteggiamenti, tuttavia, si possono anche capire, perché ci sono dei momenti della vita in cui i ragazzi sentono di voler provare se stessi. Poi, arriva un certo punto che i ragazzi diventano consapevoli che questa è la strada sbagliata e cercano di riaffermare la propria personalità in modo costruttivo. Dunque, io esorto i ragazzi a tenersi stretti le proprie passioni, poiché aiutano a non essere in balia degli approfittatori.

Educazione

Ritiene che sia sufficiente il modello educativo dei genitori per prevenire l’emergere di una mentalità maschilista nel figlio? Che ne pensa dei racconti e delle favole tradizionali che spesso trasmettono valori e messaggi ancora troppo legati a questo tipo di mentalità?

Ci sono dei genitori che magari non hanno vissuto bene la loro infanzia, che non hanno un bel rapporto con i figli, non capiscono che devono dare il buon esempio e inoltre si sentono troppo più giovani di quello che già sono. I genitori, per quanto mi riguarda, non devono costringere i propri figli a fare determinate cose, poiché è inutile, ma devono dare il buon esempio. Obbligare è poco educativo, perché i giovani sono molto più intelligenti di quello che si pensa. Il ragazzo si ferma e riflette su come si comporta il genitore e, se per esempio questo è abituato a mentire in pubblico e con gli altri, il ragazzo apprende ciò che fa il padre o la madre. Se ad esempio il genitore legge, sicuramente il figlio leggerà; se il genitore assume un atteggiamento civile e rispettoso nei confronti della società, anche il figlio avrà lo stesso atteggiamento, magari dopo un periodo in cui il ragazzo attraversa una fase adolescenziale critica. Alla fine vince sempre il buon esempio dei genitori.

Ci sono delle favole che sono piene di messaggi misogini, ma per questo non bisogna buttarle via, perché le favole importanti hanno altro all’interno. Di solito, le grandi favole hanno dei messaggi molto complessi e importanti, prendiamo un esempio: Pinocchio. Collodi, attraverso il suo personaggio, sottende alla trasformazione fisica del burattino una serie di messaggi sul rapporto con il genitore, con il gioco e con la povertà. Nelle grandi e vere favole c’è proprio il nostro inconscio. Aggiungerei anche che gli antichi pensavano che le favole dovessero insegnare che esiste il male, perché sin da bambini ci si doveva abituare ad esso. Per questo, le favole antiche presentano al loro interno personaggi come mostri, draghi, assassini, trabocchetti, streghe,  maghi, perché appunto si pensava che attraverso la favole il bambino acquistasse consapevolezza del male. Invece, oggi nella società del consumo le favole della Walt Disney rendono tutto molto dolce, levigato, sentimentale, un po’ manierato e manca il concetto vero del male che è la vita stessa. 

Istruzione e linguaggio

Parla dell’istruzione femminile, che spesso viene negata, proprio perché è più facile controllare le menti meno istruite che non conoscono pienamente i loro diritti. Cosa pensa dei rapimenti delle studentesse in Nigeria, che continuano ad avvenire da anni e che come conseguenze hanno l’abbandono scolastico, soprattutto tra le ragazze?

Io penso che purtroppo è così: tutta la storia, anche occidentale, è stata caratterizzata dall’ esclusione delle donne dall’apprendimento, cosa che ha portato a complessi mentali, a incertezze e a paure. Le donne sono state catapultate nell’ignoranza per secoli e addirittura millenni; non avevano accesso all’istruzione, tranne qualche caso in cui i padri lo hanno consentito, ad esempio Artemisia Gentileschi, Emily Dickinsoni.

In quanto alla Nigeria, le studentesse nigeriane sono sottoposte all’ignoranza per fanatismo religioso che è, per quanto mi riguarda, solo una scusa, perché le religioni nascono nell’amore e non nell’odio. Nessuna religione parte dall’idea che, celandosi dietro all’idea di Dio, bisogna uccidere colui che la pensa in modo diverso. 

L’affermazione dell’uguaglianza di genere sarà mai possibile se persistono un linguaggio e una cultura ancora discriminanti? Mi viene in mente un articolo circolato sui social che riporta espressioni di uso comune relative alla definizione di uomo e donna, presente anche nel vocabolario online Treccani; penso anche al fatto che i neogenitori acquistino per i loro neonati abitini blu o rosa, giocattoli da maschio o da femmina… Mi ritorna quindi in mente l’immagine della monaca di Monza bambina…

Sarà possibile l’uguaglianza di genere, poiché vediamo al giorno d’oggi che le situazioni sono migliorate. Io ricordo quando mia madre mi raccontava che, quando lei era ragazza negli anni ‘30 e si trovava in un collegio di suore, la costringevano a farsi il bagno con la camicia. Poi è diventata grande, ha cominciato a dipingere e andava nell’Accademia di Belle Arti. Quando c’era il dipinto del nudo femminile, le ragazze erano costrette a uscire dalla sala, poiché il nudo femminile era solo per i maschi. Questo per dire che le cose sono molto cambiate rispetto al passato, in cui le ragazze non potevano né uscire né viaggiare da sole… Mia nonna, che era una bellissima donna, non la facevano andare sul palcoscenico a cantare, perché la donna sul palcoscenico rappresentava la prostituta. Dunque, la prova è che si può migliorare, si può cambiare, però naturalmente le cose avvengono piano piano facendo passi avanti e passi indietro. Inoltre, voglio ricordare che a poche centinaia di chilometri ci sono situazioni molto repressive per le donne. Ogni anno 3 milioni di bambine vengono operate per togliere loro la clitoride, abitudine arcaica  ripresa dal mondo musulmano.  

Recentemente sono andata a comprare un giocattolo per la mia nipotina in un grande negozio nel centro di Roma e ho notato che da una parte c’era il reparto femminile con bambole, cucinette, tovaglioli,.. e dall’altra c’era  il reparto maschile con trenini, camions, palloni, fucili, eccetera.  Questo vuol dire che già da bambini si creano le separazioni dei ruoli facendo pensare alla donna di essere una bambola invece che una persona.

Sono consapevole?

Perché viene facilmente messa in dubbio la veridicità del racconto di denuncia di una donna? Pensa che possa essere dovuto ai pregiudizi maschilisti cui spesso siamo sottoposti?

Spesso la violenza sessuale viene vista come una cosa piacevole e questo tipo di pensiero risale al tempo dei latini, i quali dicevano ‘’Vis grata puellae’’, ossia  «La forza piace alla ragazza », cosa assolutamente falsa, ma su cui si è basata tutta la casistica giudiziaria dei secoli successivi. Si parte dal presupposto che, mentre una rapina è una cosa sgradevole che si nega e non si può esser d’accordo con un rapinatore,  lo stupro invece è una cosa che piace. Un’idea che si sono fatti certi maschi stupratori, perché a nessuna donna piace essere stuprata. Siccome quando si stupra, di solito non ci sono testimoni, in un processo lui subito dirà che lei era consenziente, mentre lei dovrà dimostrare che non lo era, è la parola di uno contro l’altra. 

Nel capitolo 21 descrive la condizione della morale autogiudicante della donna: “Sono colpevole e devo espiare”. Questa scrittura è stata terapeutica per espiare un senso di colpa che non esiste? Potrebbe consigliarci di tenere un diario, e quindi preservare l’intimità, piuttosto che condividere i nostri stati d’animo attraverso frasi postate sui social?

Per millenni è stato detto alle donne che sono colpevoli, la Chiesa addirittura stabilisce che è stata una donna, Eva, la responsabile della cacciata dal Paradiso, avendo disubbidito a Dio che le aveva detto di non mangiare la mela della conoscenza e lei l’aveva fatto. Se te lo dicono per millenni che sei colpevole, che devi essere controllata, che sei incapace, ad un certo punto molte donne interiorizzano questo senso di colpa per cui si sentono sempre colpevoli. A dir la verità, molte volte succede anche a me, che mi considero una donna emancipata, però se uno mi dice ‘’Che cosa hai fatto?’’ io subito mi chiedo ‘’oh Dio, che avrò fatto?’’ Ciò accade perché ho talmente introiettato storicamente il senso di colpa, che lì per lì, sono sempre portata a pensare di avere delle colpe e questo viene dalla storia.

Poi, per quanto riguarda il fatto di tenere un diario piuttosto che condividere gli stati d’animo attraverso i social, sono perfettamente d’accordo. Vi dirò una cosa: io sono andata spesso nelle scuole pensando che il diario fosse una cosa da nonne, una cosa ormai vecchia, che non si usava più, invece ho scoperto che molte ragazze, come anche qualche ragazzo, tengono dei diari. Vi dirò di più, in una scuola di Napoli ho conosciuto una bambina di 7 anni che mi ha detto ‘’Io tengo un diario’’, ed io le ho risposto che mi faceva piacere, perché il diario è importante, ferma la realtà che fugge e poi ce lo possiamo rileggere, vedere cosa abbiamo pensato in un certo momento. Poi quando ho chiesto alla bambina ‘’Ma tu perché tieni un diario?’’ lei mi ha risposto in una maniera bellissima ‘’per parlare con me stessa’’, perché noi dobbiamo parlare con noi stessi, soprattutto per chiarirci le idee. Per cui sono molto favorevole a tenere un diario. Non credo sia una cosa troppo vecchia, è un pensiero, è scrittura, che non sono scomparsi, ma sono la nostra realtà.

Consenso

In questi mesi abbiamo spesso sentito parlare di cultura del consenso, non ancora legittimata in tutti i Paesi. Cosa ne pensa?

Il consenso può toccare diversi ambiti, può essere politico, sociale, culturale, però per quanto riguarda la sfera sessuale il consenso è fondamentale. Vuol dire riconoscere nell’altro una persona completa, non solo un corpo. Il rispetto, parola che va attaccata a consenso, significa riconoscere che una persona è complessa, è fatta di pensiero, di parola, di carattere, di destino, di storia, di tante cose, non esiste una persona che è solo corpo. Purtroppo, la nostra società di oggi è una società del consumo, tende a far capire alle persone che anche loro sono oggetti di consumo. Quando un ragazzo o un gruppo di ragazzi stuprano una loro compagna sanno questo, considerano quella persona un oggetto di piacere o semplicemente da buttare via, come si fa con un oggetto qualsiasi e questa è una forma di violenza terribile. Persino il gesto di quel ragazzo, che ha fatto spogliare la sua fidanzata e poi ha postato la sua foto sui social facendola girare tra tutti i suoi amici, rappresenta un’altra forma di violenza orribile. È orribile, perché cancella la persona. Non ha più a che vedere con una persona, ma piuttosto con una scatola, un paio di scarpe, un barattolo, un libro, una cosa che si butta via. Considerare una persona come un oggetto è il massimo della violenza, quasi peggio di ucciderla. Almeno quando uno uccide una persona lo fa solo fisicamente, mentre quando la tratti come un oggetto la uccidi totalmente, psicologicamente e intellettualmente. La persona non esiste più, e questa è una forma di uccisione, di delitto, di crimine ed ecco perché il consenso è importante. Il consenso è rispetto dell’altro, se l’altro ti dice no, basta chiudi, vuol dire che la persona nella sua complessità ha diritto di decidere.

Nel dodicesimo capitolo parla della violenza sulle donne e quella sui bambini. Non pensa che porre queste due tipologie di violenza sullo stesso piano rinforzi lo stereotipo che la donna è una creatura debole che deve essere costantemente salvata dall’uomo, più forte e più intelligente?

No, c’è un errore nel pensare che la donna sia più debole e quindi debba essere protetta. Fisicamente è più debole, non è che c’è niente di male, le donne sono dal punto di vista fisico più deboli, ma questo non vuol dire niente, perché anche i bambini sono più deboli e non per questo la violenza nei loro confronti è giustificata. Anche la donna deve trattare con rispetto chi è più debole, questa è la democrazia, questo vuol dire essere umani. Nel mondo animale vige la legge del più forte, il più grosso infatti mangia il più debole, lo caccia via, perché sono animali. Se noi vogliamo considerarci superiori, perché siamo esseri umani, allora dobbiamo pensare di difendere ma anche rispettare i più deboli. Fisicamente l’uomo è più forte, ma spiritualmente e psicologicamente non lo è, anzi spesso qui si vede la differenza considerando che, nonostante le donne siano sempre state escluse dalla storia, hanno un maggiore interesse per la cultura e per l’apprendimento. Proprio perché lo sono state per troppo tempo, oggi le donne studiano, leggono e si impegnano di più, non perché sono migliori, ma perché sono state escluse, è una lunga esclusione che devono superare. Penso che una donna debba agire secondo la sua intelligenza e la sua forza, perché di forza ne ha tanta, soprattutto in un’epoca in cui gli esseri umani non vivono più secondo la legge del più forte come avveniva nell’epoca primitiva. Le donne sono riuscite con il tempo a trasformare la violenza in qualcosa di non violento, in cura, in attenzione verso gli altri. 

Dis-uguaglianza

In un mondo che va ogni giorno più veloce, nel quale si cerca sempre di più uguaglianza, parità e giustizia, si arriverà un giorno alla parità tra uomo e donna? Secondo lei siamo vicini? Oggigiorno le donne sono riuscite a far sentire la propria voce?

Ritiene che possano essere utili ed efficaci interventi economico-politici, come le quote rosa, per compensare la disuguaglianza tra uomo e donna, specie nell’ambito lavorativo?

Il mondo è basato sulla velocità e sul consumo: questo secondo me è un guaio, perché tende a rendere gli esseri umani consumabili, compresi i loro sentimenti, le loro passioni, il sesso e l’amore, cose che non si dovrebbero assolutamente consumare.
Io quindi farei una distinzione: un giorno arriverà la parità tra uomo e donna, però in questo momento ancora siamo lontani. Non c’è dubbio che nei Paesi democratici i diritti delle donne siano molto più rispettati. Noi sulla carta, essendo un Paese democratico, abbiamo gli stessi diritti degli uomini; nella prassi, però, non è così: man mano che si sale, i posti decisionali sono per l’80% ricoperti da uomini.

Le conquiste femminili sono state tante: le donne votano e hanno diritto di intraprendere tutte le professioni; anni fa di architette e ingegnere non ce n’erano. Tuttavia, le discriminazioni e i preconcetti sono ancora tanti: quando si dice segretaria, si sa che è una donna; quando si dice invece caposezione, si pensa automaticamente che sia un uomo.

Un altro aspetto importante è il rapporto dello Stato con la Chiesa: dove il primo edifica l’altra, il Paese non può dirsi totalmente democratico. La Chiesa, che io rispetto moltissimo, si dovrebbe occupare delle questioni spirituali e non della vita sociale dei cittadini. Là dove essa si intromette nella vita privata, la condizione delle donne è decisamente difficile e restrittiva, cosa che accade in quasi metà del mondo, dove le donne non possono uscire, non posso ereditare, non possono viaggiare, non possono stipulare contratti, non possono studiare.
Provvisoriamente, quindi, direi che a me naturalmente non piace l’idea delle quote rosa, però la reputo giusta come misura temporanea, a patto che ‘quote rosa’ voglia dire che donna e uomo siano scelti in base al proprio valore.

L’uomo spesso viene favorito perché, tanto per cominciare, non avrà periodi di gravidanza, non farà dei figli e non mancherà un solo giorno al lavoro. Io so di tante donne giovani che sono state costrette a firmare una carta, sul punto di essere assunte, in cui dichiaravano di dimettersi in caso fossero rimaste incinte. Queste sono cose orribili, perché i figli si fanno per la società, e soprattutto si concepiscono in due.

Memoria

Leggendo il libro (“…ma siamo figli della storia, nel bene e nel male…”) ci sono tornate alla mente alcune parole della senatrice Liliana Segre sul concetto di memoria. Quanto è importante per lei la memoria?

La memoria è fondamentale, la memoria è la nostra coscienza, senza memoria noi siamo dei sassi, dei vegetali. Le persone sagge, poi, devono confrontarsi con due tipi di memoria: una personale, che è quella che forma il carattere, i rapporti coi genitori…; e poi c’è una memoria collettiva, quella, per esempio, dell’ultima guerra mondiale e della Shoah. La storia, anche se è stata vissuta, non può essere ignorata, perché è parte integrante della nostra formazione, noi veniamo da lì.
Come diceva giustamente Liliana Segre, “…noi siamo memoria…” e dobbiamo vivere e confrontarci con la memoria.

Abbiamo avuto la possibilità di leggere “L’amore rubato” e ci ha colpito il forte linguaggio utilizzato. Come riesce a trovare l’equilibrio perfetto e non sfociare nel cruento?

Quando si parla di violenza, si può indulgere in tante cose che secondo me sono pericolose. Per esempio nello scandalismo, nel cercare di colpire la pancia delle persone e provocare delle emozioni nascoste. Di conseguenza, per me è fondamentale, quando scrivo, mantenere una certa tenuta di sobrietà e di pudore, così da avere sempre tanto rispetto: se si sta parlando di un abuso, ad esempio, per profondo rispetto della vittima non cado nel piacere di esibire il dolore, la paura e la violenza.

E per il carnefice invece? Il rispetto è una prerogativa fondamentale, naturalmente se abbinato alla condanna. Bisogna però ricordare che egli non è nato reo, anzi, spesso è stato vittima in primis; tante volte è venuto fuori che uomini che diventano aggressivi, che picchiano la moglie e i figli, sono stati a loro volta picchiati da ragazzi. Essi non avevano un istinto violento innato, semplicemente hanno ricevuto l’esempio sbagliato. Allora bisogna capire: queste persone possono essere migliorate?
Io penso che, come diceva il grande filosofo Beccaria: “Non bisogna pensare che le persone vanno punite e basta; esse vanno rieducate. La prigione dovrebbe essere un luogo di rieducazione, non una reclusione buttando la chiave.”

Io credo fermamente che uno dei momenti più importanti della vita e della storia umana sia stato il passaggio dalla vendetta alla giustizia. In questo Gesù Cristo, in quanto uomo, parlo proprio da laica, è stato un grande rivoluzionario: egli per primo ha parlato dell’amore verso gli altri, quando dice “ama te stesso, e ama gli altri come te stesso”. In altre parole, incita a eliminare l’odio e l’incomprensione. Beh, questo è fondamentale, basti pensare che nella Bibbia, spesso, si parla ancora di vendetta.
Tutto il mondo antico era basato sulla vendetta: si prendeva un prigioniero e si faceva schiavo. Se una donna, per esempio, tradiva il marito, il marito la uccideva; questa è vendetta. Oggi si dice: “Se tu vuoi denunciare, denunci”, però c’è una giustizia altra che giudica e che stabilisce cosa si deve fare e cosa non si deve fare.

GRAZIE, DACIA!!!

Noemi Barbierato 5AL

Michela Cece 5A

Giulia Bigolin 5A

Giulia Moscatelli 5AL

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